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Istorie fiorentine

Niccolò Machiavelli fu incaricato di redigere le Istorie fiorentine da Giulio de' Medici (poi Papa Clemente VII). L’opera avrebbe dovuto essere celebrativa, ma l’autore eluse tale premessa: infatti, non cominciò la sua storia dall’inizio della signoria medicea (1434), bensì dall’origine della città e quella che avrebbe dovuto essere l’introduzione costituisce metà dell’opera.

La seconda parte, corrispondente al dominio dei Medici, si focalizza, a differenza della prima parte, sulla politica estera. Anche nella stesura di quest’opera Machiavelli tenne conto delle fonti storiche solo quando queste non nuocevano alla dimostrazione della sua tesi. Lo scrittore comprese che il destino di Firenze era legato a quello dell’Italia e che la libertà della sua città avrebbe potuto sopravvivere solo se l’Italia fosse stata in grado di difendersi dalle grandi potenze straniere.

Le Storie fiorentine sono di lettura non agevole per un certo sforzo stilistico ed il pesante fraseggiare alla latina. Rispetto alle fonti Machiavelli segue il metodo degli umanisti, ponendo un solo autore alla base della narrazione ed aggiungendo estratti di altri. Spesso riporta direttamente le narrazioni degli autori, senza alcuna modificazione, anche a costo di riferire palesi ingenuità. Quando però la materia si presta alla speculazione teorica, l’esposizione diviene personalissima.

Dal generale squilibrio si salvano i libri secondo e terzo, cioè la sezione dedicata alla storia interna di Firenze, dagli inizi fino al 1420 circa, che costituiscono il capolavoro storico di Machiavelli.

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