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Vesuvio


Il Vesuvio visto da Pompei,
distrutta dall'eruzione
del 79 d.C.
()

Il monte Vesuvio è un vulcano attivo situato in Campania nel territorio dell'omonimo parco nazionale, istituito nel 1996, che si estende nei comuni di:

Si tratta di un vulcano particolarmente interessante per la sua storia e per la frequenza delle sue eruzioni. Fa parte del sistema montuoso Somma - Vesuvio. È situato leggermente all'interno della costa del golfo di Napoli, ad una decina di chilometri ad est del capoluogo campano.

Il Vesuvio costituisce un colpo d'occhio di inconsueta bellezza nel panorama del golfo, specialmente se visto dal mare con la città sullo sfondo. Una celebre immagine da cartolina ripresa dalla collina di capo Posillipo lo ha fatto entrare di diritto nell'immaginario collettivo della città di Napoli, sebbene dagli abitanti del luogo sia considerato uno stereotipo al pari del celebre sole - mare - mandolino.

Dalla fine degli anni `40 non si sono più avute sue eruzioni. Pur tuttavia, essendo il vulcano considerato in stato di quiescenza, alcuni interventi legislativi hanno individuato una zona rossa comprendente 18 comuni (quelli del Parco oltre a Cercola, Pompei, Portici, San Giorgio a Cremano, Torre Annunziata); le amministrazioni di questi comuni hanno predisposto e devono tenere costantemente aggiornato un piano di evacuazione. I comuni, inoltre, mettono ciclicamente in atto delle sperimentazioni del piano al fine di esercitare la popolazione.

Table of contents
1 Origini del nome
2 Stato iniziale
3 Eruzione del 79 d.C - morte di Plinio
4 La distruzione di Pompei ed Ercolano
5 Aspetto della montagna prima e dopo l'eruzione
6 Formazione del Monte Nuovo
7 Eruzione di acqua bollente
8 Vapori colorati, cascate di lava
9 La scoperta dei resti di Ercolano e Pompei
10 Gli edifici di Pompei, la strada delle tombe
11 Scheletri
12 Negozi
13 Ascesione del Vesuvio
14 Il cratere
15 Il tempio di Serapide

Origini del nome

Nell'antichità il Vesuvio era ritenuto consacrato all'eroe semidio Ercole, e la città di Ercolano, alla sua base, prendeva da questi il nome, così come anche il vulcano, seppur indirettamente.
Ercole infatti era ritenuto essere il figlio del dio Giove e di Alcmena, una donna di Tebe. Uno dei nomi di Giove era Υης {Ves}. Veniva così chiamato per essere il dio della pioggia. Così Ercole divenne Υησουυιος {Vesouuios}, il figlio di ves.

Stato iniziale

Il Vesuvio non fu sempre un vulcano attivo. Per molti secoli fu un monte tranquillo. Scrittori antichi lo descrissero coperto di orti e vigne, eccetto per l'arido culmine. Fra un grande cerchio di dirupi quasi perpendicolari c'era uno spazio piatto sufficiente ad accampare un'armata. Si trattava senza dubbio di un vecchio cratere, ma nessuno a quei tempi sapeva niente della sua storia. Così non si sospettava della sua natura vulcanica e le vennero erette alla sua base le città romane di Stabia, Pompei ed Ercolano, i cui abitanti non avevano sospetti riguardanti la loro sicurezza.

Eruzione del 79 d.C - morte di Plinio

Nel 63 gli abitanti ebbero un grande spavento: la montagna si scosse violentemente e un gran numero di case vennero distrutte per tale terremoto.
Ma seguì la calma e la popolazione ricominciò a ricostruire gli edifici crollati. Continuarono a vivere in apparente sicurezza per un ulteriore periodo. Ballavano, cantavano e banchettavano; si sposavano e continuavano ad essere felici come tutti gli altri abitanti dell'Italia meridionale.

Ma venne il 24 agosto 79 e cadde su Stabia, Pompei e Ercolano cadde il finimondo.

Plinio il vecchio quel giorno era al comando della flotta romana presso Miseno. La sua famiglia era con lui, e, tra gli altri, suo nipote, Plinio il giovane, ci ha lasciato un'interessante testimonianza su ciò che successe.
Egli osservò una nube molto densa elevarsi in direzione del Vesuvio, della quale scrisse:

Non posso darvi una descrizione più precisa della sua forma se non paragonarla a quella di un albero di pino; infatti si elevava a grande altezza come un enorme tronco, dalla cui cima si disperdevano formazioni simili a rami. Sembrava in alcuni punti più chiara ed in altri più scura, a seconda di quanto fosse impregnata di terra e cenere.

Vedendo questa notevole apparizione, Plinio il vecchio, grande naturalista e uomo di grande curiosità, scelse di sbarcare per vedere più da vicino cosa stava accadendo. Ma fu una decisione infelice. Mentre si stava dirigendo verso Retina (poi divenuta Resina, e ribattezzata Ercolano ad opera del regime fascista), ai piedi della montagna, fu investito da una pioggia di cenere rovente, che diveniva più intensa e calda quanto più si avvicinava, cadendo, sulle navi insieme a grumi di pomice e roccia nera e rovente. Una grande quantità di frammenti rotolò giù dalla montagna, raggrumandosi sempre di più. Successivamente il mare iniziò a ritirarsi, rendendo impossibile l'approdo. Dunque si diresse verso Stabia e lì approdò, facendosi ospitare da Pomponiano (Pomponianus), un suo intimo amico.
Nel frattempo, le fiamme scaturivano da ogni parte della montagna con grande violenza – l'oscurità non faceva altro che aumentare il loro splendore. Nonostante ciò, Plinio decise ugualmente di dormire. Ma presto la zona si riempì di pietre e ceneri; i suoi servi lo svegliarono, e lui raggiunse Pomponiano e la famiglia. La casa iniziò ad oscillare violentemente; nel frattempo pietre e ceneri continuavano a piovere all'esterno. Incuranti, pensarono che fosse più sicuro uscire all'esterno e così fecero, proteggendosi la testa con cuscini. Anche se era ormai giorno, l'oscurità era più profonda della notte più nera. Con l'aiuto di torce e lanterne, comunque, si fecero strada verso la spiaggia pensando di scappare via mare, ma lì trovarono onde alte e tumultuose. Plinio, dopo aver bevuto acqua fredda, si stese su una vela che era stata distesa per lui; ma quasi immediatamente la lava, preceduta da un forte odore di zolfo proveniente da terra, lo obbligò ad alzarsi. Con l'aiuto di due servi ci riuscì, ma, soffocato da vapore nocivo, morì istantaneamente.

La distruzione di Pompei ed Ercolano

Non fu solo, nella sua morte; poiché, anche se molti degli abitanti delle città vesuviane furono in grado di trovare una via di fuga, l'improvvisa e sopraffacente pioggia di cenere e pietre fece si che non pochi di loro perirono nelle strade. Le città stesse scomparvero alla vista, sepolte dall'eruzione, e come molte altre cose, con il passare del tempo, furono sepolte anche nella memoria. Per molti secoli restarono completamente dimenticate.

Aspetto della montagna prima e dopo l'eruzione

Il Vesuvio era stato sottoposto a un grande cambiamento. La sua cima non era più piatta, ma aveva acquisito una forma conica, dalla cima della quale ascendeva un denso vapore. Questo cono era composto di pietre e ceneri emessi durante l'eruzione. Un profondo burrone lo separava dal resto della vetta, che in seguito sarebbe stata distinta con il nome di Monte Somma. L'insieme di foreste, vigne e vegetazione lussureggiante, che ricopriva la parte del fianco del Vesuvio, dove avvenne l'eruzione, fu distrutto. Niente poteva essere più impressionante del contrasto tra lo stupendo aspetto della montagna prima della catastrofe, e la desolazione presente dopo il triste evento. Questo rimarcabile contrasto fornì il soggetto a uno degli epigranni di Marziale, Lib. IV. Ep. 44. Che suona all'incirca così:

Ecco il Vesuvio, poc'anzi verdeggiante
di vigneti ombrosi,
qui un'uva pregiata
faceva traboccare le tinozze;
Bacco amò questi balzi
più dei colli di Nisa,
su questo monte i Satiri in passato
sciolsero le lor danze;
questa, di Sparta più gradita,
era di Venere la sede,
questo era il luogo rinomato
per il nome di Ercole.
Or tutto giace sommerso
in fiamme ed in tristo lapillo:
ora non vorrebbero gli dèi
che fosse stato loro consentito
d'esercitare qui tanto potere''

Fin dall'eruzione del 79 D.C., il Vesuvio ebbe molti periodi di attività alternati a intervalli di riposo. Nel 472, scagliò una tale quantità di ceneri, che si sparsero per tutta Europa e riempirono di allarme perfino Costantinopoli. Nel 1036 si ebbe la prima eruzione in cui ci fu fuoriuscita di lava. Questa eruzione fu seguita da altre cinque, l'ultima delle quali avvenne nel 1500. A queste fece seguito un lungo riposo di circa 130 anni, durante il quale la montagna si coprì nuovamente di giardini e vigne come in precedenza. Anche l'interno del cratere si ricopri di arbusti.

Formazione del Monte Nuovo

In questo intervallo, comunque, ci fu una straoridnaria eruzione, non del Vesuvio stesso, ma a non molta distanza da esso, nella Baia delle Baiæ, sulla sponda opposta del Golfo di Napoli. L'intera area è una zona vulcanica, ed era anticamente chiamata Campi Flegrei. Contiene un cratere in stato di attività sommessa, chiamato la Solfatara; un vulcano estinto con un grande cratere chiamato Monte Barbaro; e il Lago d'Averno, anch'esso probabilmente un cratere vulcanico estinto. Tra il Monte Barbaro e il mare, era situata una zona pianeggiante, che costeggiava il Lago di Lucrina, il quale è separato dalla Baia delle Baie da una stretta striscia di pietrisco. Il 29 settembre 1538, il terreno sopra citato divenne la scena di una grande eruzione, che risultò nella formazione di una nuova altura che raggiunse un'altezza di 140 metri e una circonferenza di circa 250. Ricevete il nome di Monte Nuovo, ed è oggi coperta da una vegetazione lussureggiante

Eruzione di acqua bollente

Nel 1631 ci fu un'altra terribile eruzione del Vesuvio, che coprì di lava la maggior parte dei paesi sulle sue pendici. In aggiunta a questa calamità si crearono torrenti di acqua bollente fuoriuscita dal vulcano, che produsse ulteriori speventose distruzioni.

Vapori colorati, cascate di lava

Ci sono state da quell'epoca, numerose eruzioni, che sarebbe noioso menzionare in dettaglio; ma due di queste sono degne di nota. Durante un'eruzione del febbraio 1848, una colonna di vapore alta circa 15 metri, sorse dal cratere, presentando una varietà di colori; subito dopo spuntarono dieci cerchi, bianchi neri e verdi che assunsero la forma di un cono. Un'apparizione simile era stata osservata nel 1820. Più recentemente, nel maggio 1855, un grande flusso di lava incandescente, di una 70 di metri di larghezza, fluì verso un grosso crepaccio di circa 300 metri di profondità. La prima parte di questa spaccatura è a precipizio e qui, la lava in caduta formò una magnifica cascata di fuoco liquido.

La scoperta dei resti di Ercolano e Pompei

Delle città sepolte di Ercolano e Pompei, nessuna traccia venne scoperta fino al 1713, quando alcuni lavoranti intenti a scavare un pozzo, trovarono i resti di Ercolano a circa 8 metri di profondità. A quel tempo comunque, poca attenzione venne data alla scoperta; ma nel 1748, un contadino, scavando il suo vigneto, incappo in un'antica opera d'arte. Affondando un palo in quel punto, alla profondità di 4 metri, i resti di Pompei vennero ritrovati. Questa scoperta portò a ulteriori ricerche, e l'esatta posizione delle due città venne così accertata. Il lavoro di dissotterramento è continuato, con poche interruzioni, fino ai giorni nostri, e molti preziosi reperti di arte antica sono stati portati alla luce.

Gli edifici di Pompei, la strada delle tombe

I maggiori progressi sono stati fatti a Pompei, poichè il materiale che la ricopri era molto meno compatto di quello che sommerse Ercolano. A Pompei, che ai tempi antiche era considerata una località secondaria, sono stati ritrovati otto templi, un foro, una basilica, due teatri, un magnifico anfiteatro e i bagni pubblici. Anche le fortificazioni, composte da larghi blocchi di pietra, sono state esposte. Uno dei luoghi più rimarchevoli è il cimitero. Esso consiste di un largo cammino coperto da pavimentazione e bordato su entrambi i lati da monumenti solenni, posti sopra le tombe dei cittadini benestanti, nelle quali intere famiglie erano state interrate.

Scheletri

Le abitazioni furono trovate piene di mobili eleganti, i muri degli appartamentierano adornati con bei dipinti. Numerose statue, vasi, lampade e altri eleganti lavori artistici, sono stati recuperati. Sono stati trovati anche molti scheletri, nell'esatta posizione in cui le persone erano state colte dalla pioggia mortale delle ceneeri soffocanti. Gli scavatori trovarono lo scheletro di un povero, che stava cercando di fuggire dalla sua casa, e le cui dita ossute, ancora stringevano la borsa che conteneva il suo amato tesoro. Furono anche trovati, nella caserma di Pompei, gli scheletri di due soldati incatenati ai ceppi; e le scritte tracciate dai soldati sui muri sono ancora abbastanza leggibili. Nei sotterranei di una villa in periferia vennero scoperti gli scheletri di diciassette persone, che vi avevano probabilmente cercato rifugio e rimasero intrappolate. Il materiale in cui si trovarono immersi, originariamente soffice, si indurì con il passare del tempo. In questa sostanza fu trovata una cavità, contenete lo scheletro di una donna con un infante tra le braccia. Anche se sono rimaste solo le ossa, la cavità conteneva un perfetto calco della figura della donna, che mostrava come fosse rimasta sommersa nella sostanza mentre era ancora in vita. Attorno al collo dello scheletro c'era una catena d'oro, e alle dita anelli ingioiellati.

Negozi

In molte delle case, il nome del proprietario è ancora leggibile sulle porte, e gli affreschi sui muri interni sono ancora belli e in buono stato. Le fontane pubbliche sono adornate con conchiglie che formano motivi geometrici; e nella camera di un pittore è stata trovata una collezione di conchiglie in perfetto ordine. Una grande quantità di reti da pesca è stata trovata in entrambe le città, e ad Ercolano alcuni pezzi di tela conservavano ancora la propria struttura. E' stato anche scoperto un fruttivendolo, con recipienti pieni di mandorle, castagne, carrube e noci. In un altro negozio c'era un recipiente in vetro pieno di olive e un barattolo di caviale. Nel negozio di un farmacista, c'era una scatola contenete pillole, ora ridotte in polvere, che erano state preparate per un paziente che non ha potuto usarle; una circostanza felice, se è riuscito a fuggire dalla città. Molto recentemente è stato ritrovato il negozio di un fornaio, con le pagnotte disposte sugli scaffali, pronte per i clienti, ma destinate a non essere mangiate. La forma delle pagnotte è identica a quelle che si producono tutt'oggi in Italia, e dopo attenta analisi si è scoperto che erano fatte con gli stessi ingredienti di oggi.

Ascesione del Vesuvio

Il Vesuvio si stacca nettamente dalla piana su cui sorge. Il circuito della base misura circa 20 chilometri e la vetta è a circa 915 metri sul livello del mare. Quest'ultima misura varia con il tempo, a causa dell'altezza variabile del cono. La sua altezza moderata, e la facilita con la quale si può raggiungere, hanno indotto molti viaggiatori a scalare la montagna; e non pochi hanno registrato la loro esperienza. Ma le eruzioni sono così frequenti, e il loro impatto sull'aspetto del vulcano è così grande, che ogni descrizione rimane valida per un periodo limitato di tempo.

Il cratere

Negli ultimi cento anni il cratere è stato alterato completamente per cinque volte, a causa del crollo delle pareti interne è dei fenomeni vulcanici. Quando Sir William Hamilton ascese la montagna nel 1756, aveva non meno di tre crateri uno dentro l'altro. Il più esterno era molto largo. Al centro di questo ne sorgeva un secondo, più piccolo e stretto, all'interno del quale sorgeva il terzo, ancora più piccolo, ma più alto degli altri, dal quale usciva la maggior parte del vapore. Nel 1767 il cono più interno si fuse con il secondo, che si allargò notevolmente, e a causa di successive eruzioni la distanza tra questo e il più esterno venne annullata, cosicchè rimase un unico cono. Nel 1822 l'interno del vulcano venne spazzato via e le pareti crolarono, abbassandone l'altezza di parecchi metri. Ma all'interno della vasta apertura, iniziò presto a formarsi un nuovo cono, che spuntava oltre il bordo frastagliato del cratere. Questo cono è cresciuto col tempo grazie all'accumulo del materiale espulso, fino ad annullare la distanza con il bordo esterno del cratere. Da allora l'aspetto del cratere si è modificato altre due volte.

L'aspetto tipico del cratere a riposo, è quello di un vasto bacino ovale vuoto, con pareti quasi perpendicolari, spezzate qua e la nella loro continuità, da larghe dighe formate dall'iniezione di materiale recente nelle fessure createsi in quelle precedentemente consolidate. Sotto le pareti perpendicolari è posto un ripido pendio composto di ceneri fini e sabbia, che scende fino alla base del cratere ed è in gran parte quasi piatto. Il terreno è screpolato da numerose fessure, che durante la notte si vedono emanare un bagliore rossastro, dovuto al materiale caldo posto sotto di esse, e che fanno sembrare il terreno come coperto da una ragnatela. Dal fondo normalmente sorgono ono o due piccoli crateri di eruzione, che emettono continuamente fumi solforosi, e che a intervalli regolari, scaricano piogge di pietre incandescenti.

L'esterno del cono è composto da ceneri e pietre, che rendono l'ascesa laboriosa. La parte di montagna sotto il cono non presenta particolari difficoltà. La vista dalla cima è spettacolare, in contrasto con l'aspetto desolato dell'interno del cratere. Un'immagine realistica di come poteva apparire il Vesuvio prima della grande eruzione del 79 d.C. la si può avere al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove alla sezioine dedicata alla pitture provenienti dalle città archeologiche di Ercolano e Pompei, vi è un bel dipinto raffigurante 'Bacco e il Vesuvio' dove si vede un monte appuntito che tradizionalmente viene identificato con il Vesuvio prima dell'eruzione che lo divise in due.

Il tempio di Serapide

Vicino a Pozzuoli, nella Baia delle Baie, e non molto lontano dal Monte Nuovo, si ergono le rovine del Tempio di Serapide, molto interessanti per i geologi. Questi resti, consistono principalmente dei fusti di tre colonne marmoree ancora erette, anche se leggermente inclinate verso il mare, che rappresentano una prova evidente, confermata da altri fenomeni nell'area circostante, di come, sin dall'epoca Cristiana, il livello della costa in relazione a quello del mare, sia cambiato due volte. La terra è prima sprofondata è quindi riemersa, ogni volta per un estensione superiore ai 7 metri. La prova della sommersione delle colonne è data da un'area di circa 3 metri, posta 4 metri sopra il piedistallo, nella quale sono presenti numerose perforazioni, fatte da molluschi bivalvi. La riemersione del terreno su cui sorge il tempio, quasi al suo livello originario, sembra sia avvenuta al tempo della formazione del Monte Nuovo.


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