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Varrone

Marco Terenzio Varrone (116 AC - 27 AC).

Marco Terenzio Varrone nacque nel 116 AC, a Rieti. Fu questore forse e successivamente, tribuno della plebe e pretore. Lo scrittore fu al seguito di Pompeo nella guerra contro Sertorio (76 AC - 71 AC) e in quella contro i pirati (dal 67 AC). Durante la guerra civile fu con Pompeo in Spagna, raggiunse l'esercito pompeiano a Durazzo e tornò in Italia dopo la catastrofe di Farsàlo. Riuscì a ricuperare le sue proprietà e nel 46 AC Cesare gli affidò l'incarico di allestire una grande biblioteca, ma nel 43 AC fu proscritto. Morì nel 27 AC.

Nel corso della sua lunga vita Varrone scrisse numerosissime opere.

  • Opere conservate: De lingua Latina; De re rustica.
  • Opere di cui restano solo frammenti o interamente perdute:
    • In versi: Saturae Menippeae. Inoltre libri di componimenti poetici, di satire, di tragedie.
    • In prosa:
      • Storia, geografia, antiquaria: Antiquitates, divise in Rerum humanarum e in Rerum divinarum, l'opera fu probabilmente completata e dedicata a Cesare, pontefice massimo, nel 47 AC; De vita populi Romani, dedicato ad Attico; De gente populi Romani, De familiis Troianis; Annales;
      • Opere autobiografiche: De vita sua, 'Legationes .
      • Lingua e storia letteraria: De antiquitate litterarum ad L. Accium; De origine linguae Latinae; De similitudine verborum; De sermone Latino, Quaestiones Plautinae, De comoediis Plautinis; De poetis (fondamentale cronologia letteraria);
      • Retorica e diritto, filosofia e scienza: disciplinae.

NOTA- Varrone individuò le 21 commedie sicuramente plautine e, nel disciplinae, indicò le arti liberali del trivium e del quadrivium.

Table of contents
1 Il De antiquitate litterarum
2 Le Antiquitates
3 Opere letterarie e filosofiche

Il De antiquitate litterarum

Il De antiquitate litterarum, che affrontava problemi di storia dell'alfabeto latino, fu pubblicato negli anni 80 AC, tuttavia, le opere pi impegnative di questo genere (come le Antiquitates rerum humanarum et divinarum e il De lingua Latina) furono composte da Varrone dopo i sessant’anni. Probabilmente in precedenza, il tempo per gli studi eruditi era limitato dall'attività politica e dall'impegno letterario.

La composizione delle opere antiquarie di Varrone contemporanea alla stesura delle opere retoriche e filosofiche di Cicerone. Presumibilmente, al pari di Cicerone, anche Varrone si proponeva di fornire una risposta intellettuale e culturale alla crisi che Roma stava attraversando. Varrone giudica decadente la storia romana dell'ultimo secolo e considera l'aumento dei consumi un pericoloso fattore di corruzione. L'attaccamento alle tradizioni romane molto forte, forse pi ancora che in Cicerone e l'amore per il passato profondamente venato di nostalgia. Il modello di vita varroniano quello del signore di campagna, capace di trarre buoni redditi dalle sue vaste proprietà e insieme piacere da un sobrio stile di vita.

Varrone individua le ragioni della superiorità dei Romani nella loro capacità di assimilare il meglio delle civiltà straniere, concetto già diffuso ai tempi di Catone, ma Varrone diede all'idea maggior chiarezza e organicità. Nell'opera varroniana, in particolare nelle Antiquitates (apprezzate da Cicerone), trovava interpretazione e ordine quasi tutto il patrimonio della civiltà latina, in una rassegna sistematica della vita romana, secondo le testimonianze offerte dalla lingua, dalla letteratura e dai costumi. L'eredità varroniana fu preziosissima per la cultura augustea e per la successiva ricerca antiquaria ed erudita dei Romani.

Le Antiquitates

Le Antiquitates (lo schema dell'opera stato preservato da Agostino nel De civitate Dei) si dividevano in una prima parte, dedicata alle Res humanae, e in una seconda parte dedicata alle Res divinae. Sia la prima sia la seconda parte erano precedute da un libro introduttivo. Le quattro sezioni delle Res humanae trattavano successivamente degli uomini, dei luoghi, dei tempi, delle cose. La stessa suddivisione era mantenuta nelle prime quattro sezioni della seconda parte dell'opera (le Res divinae), poiché le cerimonie religiose sono celebrate dagli uomini, in luoghi e in tempi prestabiliti. La quinta e ultima sezione aveva per oggetto gli dei.

Le Res humanae incontrarono eccezionale successo presso i contemporanei, che vedevano, per la prima volta, fissati con autorevolezza alcuni punti fermi delle origini di Roma (es. la data della fondazione della città da Varrone in poi definitivamente fissata al 753 AC). Cicerone tesse un entusiastico elogio dell'opera e lo stesso Virgilio, che già per le Georgiche doveva molto al De re rustica, utilizzò certamente le Antiquitates per costituire la leggenda dell'Eneide. Nelle Res divinae (meglio conosciute, grazie all'enorme fortuna che l'opera incontrò presso i Padri della Chiesa, soprattutto Agostino, i quali ne fecero un bersaglio polemico) Varrone distingueva tre modi di concepire la divinità: una teologia "favolosa", comprendente i racconti della mitologia e le loro rielaborazioni ad opera de poeti; una teologia "naturale", vale a dire l'insieme delle teorie dei filosofi sulla divinità. La teologia "naturale" deve restare possesso esclusivo degli intellettuali della classe dirigente, perché, se diffusa fra il popolo, potrebbe minare il concetto di "santità" delle istituzioni statali; infine la teologia "civile" che concepisce la divinità nel rispetto di un'esigenza politica, ed pertanto utile allo Stato.

Varrone riprendeva dalla teologia stoica tale sistemazione della religione, ma la piegava alla necessità politica contingente di conservare il patrimonio culturale della religione romana, anche senza accettarne il credo. La stessa struttura delle Antiquitates, che premette le Res humanae alle Res divinae, mostra come, per Varrone la religione, con i suoi culti e i suoi rituali, sia una creazione degli uomini. Con problemi in parte simili Cicerone si sarebbe confrontato nel De divinatione, pochissimi anni dopo la pubblicazione delle Antiquitates rerum divinarum,

La storia, come concepita nelle Antiquitates e nel De vita populi Romani, soprattutto storia di costumi, di istituzioni, di mentalità, la storia collettiva del popolo romano considerato un organismo unitario in evoluzione. Solo nell'ambito della vicenda collettiva, gli eroi della storia romana hanno diritto alla memoria dei posteri. Che lo Stato romano fosse creazione del popolo intero attraverso le generazioni anche la convinzione che Cicerone esprime nel De re publica, un'idea che risale a Catone.

Varrone, però, si dedicò anche a ricerche biografiche: oltre a brevi biografie di poeti romani, compose una raccolta di imagines, antologia di settecento ritratti di uomini famosi di ogni categoria, sia romani che greci (statisti, poeti e filosofi, ma anche danzatori e sacerdoti) accompagnati ciascuno da un epigramma che caratterizzava il personaggio. È possibile che al testo poetico si affiancassero eruditi commenti in prosa. Varrone rivoluzionò la tradizione delle imagines degli antenati. Grazie alla sua opera, le imagines cessarono di essere il privilegio di una ristretta aristocrazia, infatti, Greci e Romani distintisi in qualsiasi attività "nobile" vi avevano ugualmente diritto.

Varrone affiancò gli studi antiquari a quelli di filologia. Nella sua epoca, non esisteva un confine marcato fra questi due tipi di ricerche. Lo scrittore si occupò del teatro arcaico, in particolare di Plauto, di cui trattò in due opere, le Quaestiones Plautinae (commento linguistico-grammaticale alle commedie plautine) e il De comoediis Plautinis, in cui affrontò il problema delle numerosissime commedie (centotrenta) attribuite a Plauto. Varrone compilò un catalogo sistematico, dividendo in tre gruppi le commedie tramandate sotto il nome di Plauto: le sicuramente spurie (novanta), le incerte (diciannove) e individuò le ventuno sicuramente plautine, (sono le ventuno pervenute). Per l'attribuzione Varrone si affidava principalmente alla sua sensibilità per la lingua e lo stile di Plauto.

La sensibilità per lo stile e l'interesse per i fatti linguistici portarono Varrone ad occuparsi anche di storia della lingua latina, spesso partendo da problemi e metodologie della cultura ellenistica. Il De lingua Latina era una trattazione sistematica ed approfondita, che muoveva dai problemi di etimologia e d'origine della lingua e, successivamente, affrontava la morfologia, la sintassi e la stilistica. Varrone dava forte rilievo all'assimilazione di elementi stranieri nella formazione della lingua latina. Dei libri che restano, tre sono dedicati all'etimologia, e tre alla questione dell'analogia e dell'anomalia. Le etimologie varroniane sono spesso bizzarre e fantasiose, fondandosi sull'idea, di matrice stoica, che i nomi delle cose contengano in sé una recondita verità, ossia che i segni linguistici non sono arbitrari (imposti per convenzione) bensì "motivati" (la parola contiene in sé il senso di ciò che designa, quindi la forma apparente del significante "assomiglia" al suo significato). A proposito della contesa fra analogisti (che pretendevano dalla lingua una regolarità razionale (Cesare scrisse il trattato De analogia in difesa della purezza linguistica) e anomalisti (che accettavano le molte irregolarità dell'uso), Varrone sostenne la complementarità di analogia e anomalia, additando l'ideale di una lingua oculata nel raccogliere le innovazioni, ma senza grette chiusure puristiche.

Opere letterarie e filosofiche

La composizione delle Saturae Menippeae (prosa e versi d'argomento vario, in centocinquanta libri) cominciò intorno all'80 AC e si protrasse a lungo. Dell'opera restano circa seicento versi (brevi frammenti) e una novantina di titoli. Il tema della tristezza dei tempi e della decadenza dei costumi romani, la satira acre dei vizi dei contemporanei l'altro aspetto dello sguardo commosso e nostalgico che l'antiquario Varrone rivolgeva al passato.

Lo scrittore trovò un modello in Menippo di Gàdara (Siria), un liberto, filosofo itinerante, che, nel III secolo AC, aveva composto satire che rompevano violentemente con le tradizioni aristocratiche della cultura greca. Altri modelli Varrone trovò nelle Saturae di Ennio e di Lucilio, ma da Menippo egli trasse soprattutto la mescolanza di realismo crudo e libera immaginazione fantastica ed il tono amaro e tagliente. Gli argomenti dovevano essere molto vari, spaziando dalla mitologia all’attualità romana. Alla varietà dei soggetti corrispondeva la varietà dei registri e delle tonalità dello stile, il linguaggio era colorito e ricco di inventiva, di giochi di parole, arcaismi, volgarismi; le parti in prosa si alternavano, secondo il modello di Menippo, a quelle in versi, in una ricchissima varietà dì metri. Nella letteratura latina, le Menippeae diedero inizio al genere letterario al quale si ricollegano il Satyricon di Petronio e la Apokolokyntosis di Seneca.

Interamente in prosa erano i Logistorici, che svolgevano per lo pi argomenti morali illustrandoli con esempi tratti dalla storia e dal mito, i titoli erano doppi e indicavano il personaggio principale, dal quale era condotta l'esposizione e l'argomento di sua competenza (Marius de fortuna, Catus de liberis educandis). Nell'ultimo decennio della sua vita, con i nove libri delle Disciplinae, Varrone organizzò tutto il sapere della scienza antica in una forma che condizionò il futuro ordinamento degli studi nell'Europa occidentale: egli prefigurò, infatti, la distinzione delle arti liberali che, nelle scuole medievali, si articolò in Trivium (grammatica, dialettica, retorica) e in Quadrivium (geometria, aritmetica, astronomia, musica). Nei due ultimi libri egli trattava medicina e architettura, le due arti pi tecniche che erano, di fatto, escluse dalle arti liberali.

I Rerum rusticarum libri sono opera della vecchiaia di Varrone, constano di tre libri ed hanno forma dialogica. L'opera tratta dell'agricoltura in generale ed dedicata a Fundania, moglie di Varrone, che ha comprato un podere e ha chiesto al marito di guidarla nella conduzione del fondo. La concezione varroniana della produzione agricola accentua tendenze già presenti nel trattato sull’agricoltura di Catone, (uno stesso manoscritto ha tramandato entrambe le opere). Varrone, la cui opera presuppone il processo di concentrazione delle terre, pensa a villae e latifondi di vaste dimensioni, sfruttati attraverso l'uso intensivo della mano d'opera servile. La villa varroniana riserva un certo spazio a produzioni pregiate ed eleganti, che rispondono alle richieste del mercato cittadino, il resto impiegato per forme di produzione e di allevamento su vasta scala, pi tradizionalmente lucrative.

Nella villa di Varrone si coniugano utilità e piacere dell'agricoltura. Tale convergenza esprime l'autoconsapevolezza di un ceto proprietario aperto allo sviluppo economico e commerciale e alle nuove esigenze. L'opera si propone di dare una soddisfacente immagine di sé al signorotto di campagna, pi desideroso di vedere realizzato un dignitoso e comodo modello di vita, che di imparare le tecniche necessarie a lavorare produttivamente la terra e a curare l'allevamento. Non essendo destinato all’istruzione pratica del fattore (se non nelle apparenze), bensì essendo stato scritto per compiacere l'ideologia del ricco proprietario terriero, il De re rustica "estetizza" la vita agricola e la vera destinazione dell'opera si ripercuote nella forma del discorso, che spesso si apre a digressioni, e nello stile, che pare pi artefatto e meno trascurato di quello del De lingua Latina, non mancano aneddoti spiritosi e qualche arguta saggezza.


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